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Parchi Archeologici >> Parco Archeologico di Capo Colonna
 
La costa ionica della Calabria, da punta Stilo e fino in Puglia, a Taranto, si presenta molto regolare con rari punti di approdo o semaforici per la navigazione. Fra questi spicca, per la sua posizione preminente, il promontorio di Capo Colonna.
La forma falcata del promontorio che si tuffa a mare in leggero pendio forma a nord un’insenatura che sin dall’antichità venne utilizzata come approdo sicuro e protetto dai marosi.

Nell’antichità tali mareggiate potevano sorprendere le imbarcazioni che navigavano lungo la costa, come testimoniato dal relitto romano di punta Scifo, sito a sud del promontorio, che trasportava un carico di marmi (labra e sculture) di probabile proprietà imperiale. Verosimilmente sin dalle prime frequentazioni di genti greche nella zona, quest’area venne occupata. Il racconto mitico delle origini della città di Crotone, situata 12 km a nord, informa circa l’oracolo consultato dall’ecista Miskellos di Ripe che ricevette i limiti geografici della nuova colonia, individuati tra la sacra Crimisa a nord ed il Lacinio a sud (Diod. VIII, 17.). Dal VII secolo a.C., sul promontorio viene impiantato un culto dedicato ad Hera.
L’antico nome del promontorio, quindi l’epiclesi della divinità è dovuto, stando alla narrazione mitica delle origini, ad un personaggio di nome Lacinio che aveva tentato di rubare le vacche che Erakles aveva sottratto al gigante Gerione e portato sui pascoli del promontorio. Erakles, offeso da tale gesto, ucciderà Lacinio e, per errore, anche il suo ospite Crotone. Per rimediare a ciò, Erakles dedicherà, sul promontorio, un santuario alla madre degli dei e predirà la fondazione di una polis col nome dell’ospite ingiustamente ucciso (Diod., IV, 24,7; Ovid., Met.XV, 12 ss.).

Accanto a questa tradizione, che è la principale, ne troviamo un’altra (Licofrone, Alex., 856-865) che assegna la proprietà del promontorio a Teti, madre dell’eroe Achille, caduto nella guerra di Troia. Teti, in memoria del figlio, regalerà ad Hera il promontorio ed in suo onore vi costruirà un giardino. Tutte queste narrazioni mitiche individuano la poliedricità del culto di Hera Lacinia, che pur mantenendo le sue funzioni solite di preminenza nel ruolo matrimoniale, di fertilità e di protezione sulla prole (Kourotrophos), diviene anche protettrice del territorio in relazione alla pianificazione territoriale voluta dall’oracolo; Hera lacinia è inoltre legata al possesso delle armi (Hoplosmia) ed al compianto degli eroi (Achille riveste ruolo primario), quindi più in generale al ruolo del guerriero, oltre che all’allevamento del bestiame e alla protezione per i naviganti . Il momento di massima fioritura del santuario si manifesta tra il V ed il III secolo a.C. per il ruolo primario assunto a livello politico.
Nel IV secolo a.C. questo luogo diviene, infatti, la sede della lega Achea o Italiota, sorta per difendersi dalle popolazioni indigene e da Siracusa. Nel III secolo a.C., ospita Annibale in ritirata, che dedicherà nel santuario due tabelle bronzee con il racconto delle sue imprese. Molto noti nell’antichità anche i tesori (anathemata) del santuario, tra cui figurava un celebre dipinto di Zeusi: il ritratto di Elena (Cic., De inv., II, 1,1).

Di questo santuario restano oggi visibili poveri resti su cui domina una “desolata ruina” , l’unica colonna del tempio che, sfidando i secoli, è rimasta lì in piedi a perenne testimonianza.
Il territorio litoraneo era un tempo di proprietà di importanti famiglie della nobiltà locale. I Marchesi Lucifero e Albani, i Baroni Sculco e Berlingeri, tutti latifondisti, avevano ciascuno una piccola collezione privata costituita con i reperti emersi nelle proprie terre e si interessavano di antichità. Sarà proprio lo Sculco il primo a pubblicare notizie sul santuario e sulla località chiamata ancora “Capo delle Colonne” .

La storia delle ricerche sul promontorio inizia con gli scavi non autorizzati di J. Clarke e A. Emerson tra la fine del 1887 e gli inizi del 1888 , di cui non si conosce documentazione, seguiti nel 1910 dalla grande campagna voluta da Paolo Orsi e condotta dal Ricca . Gli scavi interessarono il muro peribolare, l’area del tempio e, più a nord, l’area del balneum romano. In questi scavi emerse la laminetta bronzea datata al IV secolo a.C. con iscrizione ad Hera Lacinia ( “tas Heras tas Lakinìas”) . Le indagini continueranno episodicamente fino agli anni ottanta in cui sarà ripresa l’attività di ricerca sistematica. Nel 1983 Dieter Mertens inizia le ricerche intorno al tempio, per ricostruirne la forma e l’estensione e degli edifici H e K. Del 1987 la scoperta importante di un edificio, ad oggi il più antico del santuario, detto edificio B. L’ultima campagna 1999- 2004 ha invece indagato il settore più a nord del temenos mettendo in luce l’abitato di età Romano repubblicana.

Le evidenze Archeologiche
Gli edifici di culto e le altre strutture sorgono sulla propaggine più settentrionale del promontorio, cinto a difesa sin dal IV secolo a.C. con un muro sviluppato su due lati fino a mare. Il lato ovest era munito di due torri quadrangolari e dell’accesso tramite una ampia porta a tenaglia, costruita in corrispondenza della via sacra (hierà odòs) che conduceva agli edifici di culto. Ciò che rimane visibile di tale fortificazione oggi è la fase di età romano-repubblicana costituita da un possente muro in opera reticolata poggiato su di una base in opera quadrata realizzata in calcarenite che caratterizza la geologia del promontorio.
Le due cortine sovrapposte sono legate all’interno da un nucleo in opera cementizia con scaglie di calcarenite, pietrisco e terracotta allettate nella malta. Oltrepassata la porta si trovano, a destra e a sinistra della via sacra, due strutture, visibili in fondazione, dette edificio K a sinistra ed H a destra.
Leggermente divergenti rispetto alla cinta muraria, i due edifici presentano delle planimetrie molto simili con ambienti realizzati intorno ad un cortile porticato. L’interpretazione di tali edifici è di strutture al servizio del santuario e la data di edificazione viene fissata dal Seiler nel IV secolo a.C.

L’edificio K (38x34 m.) presenta l’accesso tramite la via sacra sul lato sud, su cui affacciava con un portico dorico proseguito anche lungo il lato est a forma di elle. L’accesso avveniva, tramite un corridoio, direttamente nel peristilio su cui affacciavano su tutti e quattro i lati ambienti uguali (5,10x5,10 m.).
Il confronto planimetrico più calzante è con il Leonidaion di Olympia utilizzato come struttura d’albergo, per ospitare le delegazioni giunte per i giochi olimpici. In analogia con tale confronto l’edificio K viene interpretato come un Katagogion, servito forse per ospitare le delegazioni per le riunioni della lega Achea .

L’edificio H (26,30 x 29 m.), costruito anche esso attorno ad un portico, dispone di cinque ambienti per lato lungo i lati est ed ovest, e due per lato lungo i lati nord e sud, per un totale di quattordici. Sul lato nord che affaccia sulla via sacra, vi erano una o forse due entrate decentrate che davano accesso al cortile. Gli ambienti di uguali dimensioni (4,74x4,75 m.) ospitavano, in base all’interpretazione, sette klinai ognuno e tutta la struttura funzionava da grande Hestiatorion (sala per banchetti) , ipotesi confermata dai numerosi reperti, emersi durante lo scavo, di ceramica da mensa e da cucina.
La struttura trova confronto con l’edificio per banchetti rinvenuto presso l’Heraion di Argo. Procedendo oltre lungo la via sacra sul lato destro si affaccia l’edificio B. La struttura è composta da un ambiente quadrangolare impiantato nel VI secolo a.C., che potrebbe essere il più antico luogo di culto dedicato alla divinità. In fondo alla cella è emerso un basamento in blocchi di calcare che forse reggeva la statua di culto o una mensa per le offerte.
Dopo la fondazione del tempio maggiore l’edificio viene riutilizzato come tesauròs, e non demolito, infatti davanti è emersa parte della strada il cui impianto degli inizi del V secolo a.C., sorge in rispetto della struttura più antica . All’interno dell’ambiente abbandonato nel III secolo a.C. sono stati ritrovati degli avanzi del tesoro della dea , tra cui spiccano gli splendidi bronzetti arcaici (Gorgone, Sfinge e Sirena), prodotti in madrepatria, e una insolita offerta costituita da una barchetta nuragica di provenienza sarda. Il reperto più emozionante è però costituito da un diadema aureo databile al VI secolo a.C., con motivo sbalzato a doppia treccia, su cui sono stati applicati nel IV secolo a.C. rametti con foglie e bacche di mirto.
La testimonianza dell’uso dell’oggetto in un arco cronologico così ampio potrebbe fare ritenere il diadema lo stesso della statua di culto, il cui aspetto viene aggiornato alla moda con il passare dei secoli. Alle spalle dell’edificio B, in posizione divergente rispetto alla via sacra, sorge il tempio maggiore o tempio A. (la strada ha andamento nord-est sud-ovest, mentre il tempio è perfettamente orientato secondo la direttrice est-ovest).

Della struttura rimane ben poco, infatti, oltre alla citata colonna, alta 8.30 m. ed alla porzione di stilobate sotto di essa, il resto si ricostruisce grazie alle trincee realizzate dai manovali, soprattutto in periodo Aragonese, quando i blocchi dell’alzato e della fondazione furono impiegati nella costruzione del castello e del vecchio molo del porto di Crotone. La fase attuale risale ai primi decenni del V secolo a.C. e non si ha notizia di fasi precedenti poiché le fondazioni sono divelte dall’attività di cava. Il tempio realizzato in calcare presentava una peristasi dorica con sei colonne sulle facciate e, dubitativamente, 13 o 15 sui lati lunghi. La cella era probabilmente tripartita in prònao naos e opistòdomo.

Del resto della decorazione rimangono alcuni frammenti del fregio dorico e numerosi frammenti delle tegole. La particolarità di questo tempio è proprio la sua copertura con tegole marmoree, smontate nel 174 a.C. dal censore Fulvio Flacco, per essere portate a Roma. Una volta giunte nella capitale non si seppe più come rimontarle ed il senato optò per la restituzione alla divinità, offesa dalla sottrazione del suo tetto, ma oramai nessuno più fu capace di ricostruirlo . Pertinente alla decorazione del tetto è un acroterio centrale in marmo con decorazione a palmette e volute, ed alcuni frammenti scultorei frontonali o acroteriali, che costituiscono l’altra particolarità del tempio. Questo edificio sacro è infatti l’unico di ordine dorico in Magna Grecia ad essere decorato da sculture di marmo. Il frammento più pregevole è costituito da una testa femminile, purtroppo molto consunta, con inserti metallici a sottolineare le aperture oculari.

Nel settore settentrionale del promontorio sull’estremità nord del temenos, è stato messo in evidenza un piccolo centro romano. L’abitato, la cui prima fase si data alla metà del II secolo a.C., si stanzia nelle terre libere del santuario e si articola su due strade principali larghe 8,50 m. parallele alla via sacra quindi orientate nord-est sud-ovest, intersecate a vie minori larghe 2,50 m.. Le unità abitative presentano un modulo base rettangolare di 7,50x3,80 m. Nell’abitato è stato riconosciuto un ambiente a carattere sacro da cui proviene un busto fittile femminile e due thymiateria di calcare. L’edificio a carattere pubblico più importante fino ad ora messo in luce è il complesso del balneum (18x22m.), già indagato dagli scavi Orsi, ma di cui s’erano perse le tracce per volontà della famiglia Berlingeri, proprietaria del fondo, che aveva ricoperto i saggi.
Da uno degli ambienti è riapparso un mosaico già noto nei disegni del Ricca, decorato con una fascia esterna a meandro che cinge una seconda bianca con iscrizione di dedica dei duoviri Lucilius Macer e Annaeus Traso, che edificarono il complesso. Due fasce nere con fascia mediana decorata a cirri, incorniciano l’émblema con rombo centrale, decorato a scacchiera, inscritto in un quadrato, con quattro delfini negli spazi angolari superstiti.
La prima fase del complesso, datata alla metà circa del II secolo a.C. è in opera quadrata, realizzata con blocchi più antichi recuperati dalle altre strutture del santuario. Per questa prima fase la destinazione d’uso non è dimostrata. La fase che conferisce al complesso destinazione termale è quella dei censori sopra citati, che, tra l’80 e il 70 a.C., vollero la ristrutturazione e la destinazione del complesso.
La fase di decadenza e il progressivo abbandono dell’abitato del Lacinio inizia probabilmente dopo l’assedio di Sesto Pompeo nel 36 a.C., nella cui occasione viene forse costruito il peribolo in reticolato del promontorio, a scopo difensivo. Gli anni successivi, di progressiva decadenza, spingono gli abitanti a tornare ad occupare gli spazi dell’antica città greca e ad abbandonare il sito sul promontorio. Verso la fine del I secolo a.C. sull’estremità nord est dell’abitato viene edificata una domus che copre una superficie di circa 2100 mq. la cui vita è molto breve in quanto l’abbandono si verifica già attorno al 30 d.C. Su numerose tegole compare il bollo LARONIVS, forse il nome del proprietario della villa .
Infine interessantissime tracce della fase arcaica sono emerse ancora dall’area dell’abitato romano. Si diceva poco sopra che l’abitato si impianta in un luogo lasciato libero dal santuario, ma questa affermazione è parzialmente vera; infatti, non ci sono, ad ora, strutture del santuario, ma è stato individuato sotto gli ambienti 1 e 2 del balneum uno scarico di età arcaica. L’utilizzo di tale luogo per smaltire le offerte e per depositare i materiali di risulta delle ristrutturazioni rimane attivo dalla fine del VI secolo a.C. fino ai primi anni del V secolo a.C. Il nucleo principale dei materiali deposti appartiene alla copertura e alla decorazione architettonica di un grosso edificio di culto, di VI secolo a.C., che potrebbe essere stato, date le dimensioni della copertura, il tempio principale precedente alla fase tuttora visibile del V secolo a.C. La produzione delle numerose coperture fittili rinvenute sul Lacinio è attribuita da Aversa alla stessa Crotone e non a maestranze giunte da altri luoghi, in base al ritrovamento, nel quartiere ceramico della città, di matrici per i gocciolatoi a teste leonine e per le lastre con antemion . Il resto dello scarico è costituito da ceramica miniaturistica, pochi frammenti di forme funzionali e anfore da trasporto, oltre a un frammento di figurina femminile pertinente ad un oggetto rituale (perirrhanterion) del tipo Lampada del Sele .

I Relitti Subacquei
Nel tratto di costa che va da Capo Rizzuto a Crotone sono stati rinvenuti numerosissimi relitti subacquei. Si tratta di navi onerarie e di grandi navi per il trasporto di marmi semilavorati. Il più antico, datato al VI sec. a.C., è quello identificato nella baia a nord di Le Castella; in esso si trasportava un carico di anfore corinzie per il trasporto del vino, mentre gli altri relitti onerari sono di età romana, come il relitto a nord di Capo Colonna che trasportava un carico di anfore vinarie di età Imperiale, e quelli ritrovati presso capo Alfiere che portavano un carico di anfore vinarie di produzione calabrese, le Keay LII, databili al IV sec. d.C.

Di particolare interesse sono i relitti che trasportavano i carichi di marmo semilavorati e lavorati provenienti dall’Asia Minore e dall’Africa. Si tratta di cinque Relitti tutti datati tra il II e il III sec. d.C. Il più noto e importante di essi è il relitto di Punta Scifo, scoperto casualmente all’inizio del 900 e oggetto di un intervento di recupero successivo ad opera di Paolo Orsi. Il carico, databile all’inizio del III sec. d.C. era costituito da numerosi labra basi e altri elementi marmorei destinati probabilmente alla capitale, per l’arredo di qualche edificio pubblico. Dallo stesso relitto proviene anche un piccolo gruppo scultoreo semilavorato raffigurante Amore e Psiche.
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