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Parchi Archeologici >> Il Parco Archeologico di Scolacium
 
L’antica città di Scolacium sorgeva lungo la costa ionica dell’odierna Calabria, a presidio del Golfo di Squillace. Questo, insieme al Golfo di Lamezia sull’opposto versante, definisce un istmo coincidente con il punto più stretto della penisola italiana.
Le due grandi insenature, disegnate lungo il profilo costiero dei versanti ionico e tirrenico, vennero occupate sin da età arcaica da insediamenti greci sorti su iniziativa di Crotone. La grande città in tal modo, si assicurava il controllo del percorso terrestre di collegamento tra Ionio e Tirreno, circa mezza giornata di cammino , eludendo allo stesso tempo il transito dallo stretto di Messina, sottoposto a dazio dai calcidesi di Zancle e Rhegion. Il Golfo di Lamezia( Lametikòs ), venne occupato almeno a partire dal V secolo a.C. dalla polis di Terina, mentre il Golfo di Squillace (Scylletico) almeno sin dalla metà del VI secolo a.C. da Skylletion.
Il luogo prescelto per la strutturazione dell’insediamento greco e poi romano, è caratterizzato morfologicamente da una breve pianura costiera, creata da accumuli fluviali della vicina foce del fiume Corace e alluvionali, portati per azione del regime torrentizio stagionale. La suddetta pianura è racchiusa a nord-ovest dalle colline in dolce declivio di Rotondone e Santoregno, ed è aperta a nord-est sulla foce del Corace.


L’area del parco archeologico di Scolacium, attualmente espropriata, faceva parte dei possedimenti delle famiglie dei baroni Mazza e, prima ancora, della famiglia Massara di Borgia, che avevano qui un’azienda per la produzione di olio. In questo luogo, fin dal 1800, emersero numerosi reperti antichi conservati dalle famiglie proprietarie del fondo. Nota la vicenda di compravendita, avviata nel 1910 tra Paolo Orsi ed i proprietari di allora, per l’acquisto di un monumentale braccio di bronzo, conclusasi positivamente con l’acquisizione del bene al patrimonio statale.
L’interesse archeologico verso quest’area portò, dalle prime indagini sistematiche a metà degli anni sessanta, condotte da Ermanno Arslan, all’esproprio statale del 1982 che trasformò l’intera area in parco archeologico.
I ritrovamenti più antichi, all’interno del territorio di Roccelletta, risalenti al paleolitico inferiore e superiore, sono alcuni reperti costituiti da industria litica su selce ed ossidiana, ritrovati nella campagna di scavo 2002-2003, durante una serie di ricognizioni per conto della Sovrintendenza della Calabria. I reperti sono stati ritrovati sulla collina detta di Santoregno, alle spalle della pianura che ospiterà la città classica. Precedentemente a questi ritrovamenti, erano emersi, durante le ricerche condotte da Ermanno Arslan negli anni ottanta, altri reperti datati al periodo pre-protostorico, provenienti dalla collina di Rotondone, situata accanto a quella di Santoregno. A seguito di ulteriori ricerche condotte in località Fiasco da G. Grandinetti, nel 1994, emersero anche alcune strutture di abitato dell’età del bronzo.
Dal pianoro della stessa collina del Rotondone inoltre provengono due asce del Bronzo antico (2000-1700) di probabile deposizione rituale, che costituiscono i primi reperti protostorici recuperati nel territorio.

La distribuzione dei reperti e le notizie relative ai pochi saggi effettuati restituiscono una situazione di occupazione, o quantomeno di frequentazione del territorio, molto antica. Dagli insediamenti sconosciuti del paleolitico, rintracciati dalle tracce di lavorazione della selce e dell’ossidiana localizzati in località Santoregno, si passa nell’età del bronzo a insediamenti caratterizzati da strutture insediative stabili accompagnati dalla presenza di materiali ceramici legati alla facies siciliana di Rodì-Tindari-Vallelunga, fino a materiali della facies Thapsos-Milazzese, con un significativo incremento dei dati per il periodo del Bronzo recente facies Ausonio I.
Le notizie più complete relative alla polis greca provengono dalle fonti.

Di Skylletion sono note le vicende riportate dal geografo Strabone, in vari passi del VI libro della sua opera (6,1,4; 6,1,10; 6,1,11), il quale ci informa sulle vicende mitiche di fondazione dell’apoikia ad opera di Menesteo (6,1,10). Plinio, successivamente, riprende e conferma la fondazione Ateniese (n.h., 3, 95-96), integrata più tardi dalle notizie fornite da altre fonti che parlano della compresenza dell’eroe Ulisse e di un suo contributo nella fondazione della città (Solinus, II,10; Servius, ad Aeneid., 3,553; Cassiod., varie,12,15).
Inoltre il luogo viene citato numerose volte, in virtù della sua posizione geografica nel punto più stretto della penisola italiana: Aristotele (Politica, 1329 b), parlando dell’istmo che fa da frontiera all’antica Italìa, riporta la notizia che esso può essere attraversato in mezza giornata di cammino; (Dionysius Halicarn., Ant. Rom., I, 35) l’istmo è compreso tra il golfo Napetinos e Skylletinos, confine della terra conquistata dal mitico re Italo, eponimo dell’Italìa;
Diodoro( 13,3-4) situa la città lungo la costa ionica, raggiungibile costeggiando il santuario di Hera Lacinia e doppiando il promontorio detto Dioscuriade. Allo stesso modo Virgilio (Aen., 3,553) situa la città oltre il santuario di Hera Lacinia. Strabone (VI,1,10; VI,1,11), al contrario, descrive la successione dei luoghi sulla costa partendo da sud e situa pertanto la città dopo Caulonia e prima di Crotone. Mela, (Chorografia, II,68) descrive la successione dei golfi che si incontrano sulla costa ionica elencando il primo detto Tarantino, tra i promontori Terentino e Lacinio, seguito da quello di Scyllaceo, tra i promontori Lacinio e Zefirio e Ptolemaeus (Geographica, III,1,10) situa la città di Skylakion, nel golfo di Skylakion.

Le vicende storiche della città di Skylletion-Scolacium sono invece trattate in maniera episodica con le citazioni di Diodoro (13, 3-4) che ne parla in occasione della spedizione ateniese in Sicilia, di Strabone (VI,1,10) che racconta di come la città prima sotto il controllo di Crotone, sia successivamente passata sotto i domini locresi ampliati da Dionisio I di Siracusa, e di come quest’ultimo “…..tentò anche di sbarrare l’istmo da parte a parte con un muro, col pretesto di procurare a coloro che erano all’interno dell’istmo una maggiore sicurezza dai barbari che erano all’esterno, ma in realtà con l’intento di infrangere l’alleanza che legava le città greche le une alle altre…”.
Sulla storia della città in età romana preziose sono le notizie di Velleio Patercolo (1,15,4) che racconta della deduzione della colonia nel 123 a.C., dandoci la titolatura di Scolacium Minervia, fondazione cronologicamente coincidente con Taranto Neptunia e Cartagine, inserita in una politica di rioccupazione dei territori italici tramite il potenziamento delle vie di comunicazione (Appiano, Bell.Civ., I, 23; Plutarco, Gracch., 5 e 7.) e la creazione di nuove infrastrutture (strade e ponti), attuata da Caio Gracco.

Archeologicamente pressoché ignota è la struttura dell’insediamento greco, indiziato unicamente da materiali sporadici.
Oltre a due monete tra cui uno statère incuso di Crotone, della fine del VI secolo a.C., i reperti più antichi sono un frammento di ceramica a figure nere, databile al VI secolo a.C., ed una lekytos miniaturistica, risalente al principio del V secolo a.C., parte di un corredo funerario ricostruito dall’archeologo Ruga in uno “scavo di magazzino”. Alla fine del VI secolo a.C. sono datati anche due frammenti di terrecotte votive, rappresentanti una figura femminile stante con corona trattenuta tra le mani ed una figura femminile in trono. Sono attestati in maggior numero frammenti ceramici a figure rosse di IV secolo a.C. oltre a numerosi frammenti di ceramica campana. Unico frammento architettonico di epoca greca è una porzione di capitello dorico in calcarenite trovato nei saggi sulla collina della necropoli bizantina, il frammento venne infatti riutilizzato come materiale di riempimento. Il profilo rigido dell’echino suggerisce una datazione a partire dalla metà del IV secolo a.C.
La data della presenza stanziale greca in base a tali reperti non sembra precedente alla metà del VI secolo. Tuttavia non possiamo ricostruire ad ora la tipologia del primitivo insediamento, se esso sia cioè già nel VI secolo a.C. uno stanziamento coloniale o una semplice fortezza (tèikos), scalo commerciale (epinéion) o luogo di un santuario rurale. Dalle ultimissime indagini condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria, ancora inedite, emergono numerose tracce di strutture murarie di età greca, in più punti occupati dalla successiva città di età romana. Si ipotizza pertanto, stando ai finora insufficienti, tuttavia presenti dati, una probabile sovrapposizione delle fasi greca e romana della città.

  


Come precedentemente dedotto dalle fonti, tra il 123 e il 122 a.C., venne dedotta una colonia Romana la cui vita, seppure con alterne vicende di abbandono e rioccupazione, si protrarrà fino ad età bizantina. Dopo il momento di massima fioritura, successivo alla rifondazione di Nerva e protrattosi fino al III secolo d.C., inizia il lento abbandono delle strutture cittadine attorno al IV secolo d.C. La città si sposta verso la collina del teatro che viene occupata dall’abitato tardo romano, abbandonato anche esso intorno al VI secolo d.C.
Tra i settori di scavo meglio indagati della Scolacium romana è l’area pubblica del foro.

La grande piazza misura 38,14x 81,60 metri ed è orientata nord/ovest-sud/est. Il suo impianto avvenne subito ai piedi della collina di Rotondone, sviluppato in direzione del mare ed aperto a nord verso la pianura alluvionale creata dal fiume Corace. Il centro politico ed economico della colonia venne pianificato in questo luogo sin dalla fondazione graccana, in questa fase i lati lunghi erano bordati da un colonnato tuscanico in calcarenite che dava accesso ad una serie di tabernae quadrate di 6x6 metri, tuttora visibili, ristrutturate nella fase edilizia di età Augustea. Lungo il lato corto, a nord/ovest, passava la principale via della città, il decumano massimo, che originariamente giaceva a livello della piazza.
Il lato opposto è scarsamente conosciuto in quanto si trova sotto l’odierna Strada Statale 106 ionica. Nella fase primo - imperiale, una radicale trasformazione subisce il settore a nord, con la demolizione delle tabernae sostituite da una serie di edifici pubblici amministrativi e l’innalzamento del livello stradale del decumano massimo, che è ora raggiungibile dalla piazza per mezzo di tre gradini ed una rampa. Tra i principali monumenti che si affacciano nella piazza il più importante era il Capitolium, sede del culto principale della città romana, situato lungo il lato breve a nord/ovest, oltre il decumano massimo e al di sopra di un muro di terrazzamento in opera quadrata. L’intero complesso creava un notevole effetto scenografico con i tre livelli, della piazza, del decumano e del Capitolium che coronava il tutto, similmente all’assetto monumentale del foro di Brescia. I resti dell’edificio sono molto scarsi, poiché essendo molto più in superficie rispetto alla piazza ed agli altri edifici, il tempio è stato già in antico usato come giacimento per materiali di riuso. L’unico avanzo monumentale è costituito da un angolo del podio con cyma reversa di calcare giallastro e tracce del vespaio di pietre che sostenevano il resto del podio spogliato. Il decumano venne lastricato con basoli di granito locale di forma irregolare e può essere datato ad età tarda repubblicana prima - imperiale, su base paleografica grazie all’iscrizione di L. Decimio Secundio.

Al posto delle tabernae a nord verranno costruiti due edifici destinati a funzioni pubbliche rappresentative ed amministrative.
Il primo ambiente accolse un edificio destinato al culto imperiale. L’aula quadrangolare absidata (17,5 x 6,5 metri), sostituì le tabernae II, III, IV, e si estese esternamente raccordandosi con la piazza tramite un portico tuscanico che riutilizzava gli elementi demoliti dai portici della precedente fase, con risistemazioni ed aggiustamenti fino a raggiungere il suo assetto attuale durante il III secolo d.C che costituisce la sua ultima fase edilizia. Dall’area circostante provengono alcuni dei più importanti ritrovamenti nella colonia ovvero i togati di marmo. Da segnalare, per l’alto livello qualitativo, i ritratti di Germanico, nipote di Augusto, ed un frammento del ritratto della moglie Agrippina Maggiore. L’ultima campagna di scavo, inedita, ha inoltre restituito una nuova scultura femminile acefala con tracce di una cornucopia trattenuta dal braccio sinistro.

Accanto al Caesareum venne realizzato durante il I secolo d.C., demolendo le taberne V e I, un edificio di 12x 8 metri, in opera reticolata con due bassi gradini laterali lungo le pareti dei lati minori. Per analogia con simili ambienti in altre città (Verona, Roma) è stato accertato che si tratta della Curia, sede del senato locale (ordo decurionale) che amministrava la città. Durante il III secolo d.C. sulla parete di fondo del lato lungo venne edificato un podio, al di sopra dei resti di un mosaico a tessere bianche e nere della metà del II secolo d.C.
Oltre il foro sulla sinistra, si sviluppa la struttura del teatro di Scolacium. Scavato tra il 1965 e il 1975, e successivamente nel 2001, mostra anche esso i segni della spoliazione e del riuso, in particolare nella parte alta della cavea.


Alla maniera greca venne edificato realizzando la cavea contro terra tramite setti murari di sostegno semicircolari, e non a cuneo, soluzione che viene solitamente abbandonata dagli architetti romani che edificheranno in alzato i sostegni alla cavea. I resti mostrano in successione tre diverse fasi edilizie. La prima databile alla tarda età repubblicana, è visibile nella parte bassa della struttura, con l’orchestra, l’ima cavea costituita da tre gradini larghi per i subsellia lignei delle personalità di rilievo della città, la media cavea suddivisa in cinque cunei, ed i due aditi laterali in opera quadrata voltati che dovettero sostenere i tribunalia per i posti d’onore.
Nella seconda fase di età Giulio-Claudia inizia la ristrutturazione per ingrandire la cavea tramite la costruzione di setti murari in opera reticolata per ospitarne un altro settore, ristrutturazione documentata dall’iscrizione sull’ara dei Seviri Augustales. Altre epigrafi testimoniano la ristrutturazione, nel I secolo d.C., della frons scenica con tre absidi, ed il palco di tavole sospeso, ad opera di un notabile locale.
La terza fase, del II secolo d.C., non altera la struttura della cavea, ma interessa perlopiù la decorazione della frons scenica rinnovata con elementi di imitazione della fase precedente. Provengono dallo scavo della scena alcuni frammenti marmorei di colonne, capitelli corinzi e capitelli di parasta che facevano parte della decorazione della finta architettura di scena, due sculture acefale di togati, di cui una in abiti repubblicani, con la toga esigua e la seconda, imperiale, di dimensioni superiori al vero, ed un torso di figura barbata in semi-nudità eroica. In un pozzo all’interno del teatro sono stati inoltre trovati tre ritratti, due di età Giulio-Claudia e uno di età Flavia, accuratamente nascosti già in antico per evitare il furto in seguito all’abbandono degli edifici pubblici a cui probabilmente appartenevano. Sulla sinistra del teatro, si intuisce incassato contro le pareti scoscese della collina di Rotondone, la grande sagoma ellittica dell’Anfiteatro noto sin dalla fine del 1800, ma mai scavato. Sono note due necropoli di età romana, la prima posizionata a Nord-Est e la seconda posizionata a Sud-Est del territorio dell’antica città. Sorgono entrambe all’esterno del pomerio cittadino, probabilmente collocate lungo le vie d’uscita della città. La prima è formata da un nucleo di sepolture alla cappuccina, mentre la seconda, attiva fino al III secolo d.C., è caratterizzata dalla presenza di numerosi mausolei, disposti su più file e contornati da tombe ad incinerazione e ad inumazione in fossa terragna. Le esplorazioni sono state episodiche e la conoscenza dei corredi è pertanto parziale.

Alla fine del IV secolo d.C., a seguito di un probabile terremoto, il teatro viene abbandonato e la collina sarà rioccupata, nella parte più alta, da un abitato di età bizantina, indiziato dai resti di ambienti a probabile destinazione privata.
Alle spalle della collina, oltre le rovine del teatro e dell’insediamento bizantino, si impianta, tra la seconda metà del VI ed il VII secolo d.C., una necropoli probabilmente legata all’insediamento stesso. La fase più antica del sepolcreto, datata VI secolo d.C., presenta una serie di sepolture orientate verso il mare, in casse laterizie, fabbricate con materiali di spoglio, che contenevano sepolture multiple accompagnate da corredi, costituiti da piccoli oggetti metallici, vetri e ceramiche locali. Queste ultime sono caratteristiche del luogo e la tipologia più comune e diffusa è costituita da piccole brocchette biansate a fondo piatto, acrome o rivestite di ingobbio rosso, dette anforette scolacensi.

La seconda fase di utilizzo, risalente al VII secolo d.C., è caratterizzata invece da sepolture in terra, prive di corredo, disposte in maniera apparentemente casuale.
Sotto le tombe sono visibili gli avanzi di strutture precedenti tra cui due grandi ambienti ipogei, probabili cisterne della città romana.
A nord-est del foro gli ultimi scavi hanno messo in luce le strutture di fondazione di un’aula rettangolare absidata attorniata da ambienti laterali ad est ed ovest. Secondo la ricostruzione, questa struttura apparterrebbe ad una domus bizantina databile tra il VI ed il VII secolo d.C.
Ad est dello scavo, al di sotto di un ambiente, è stata trovata una fornace di età romana, ed una serie di canalette per la regimentazione delle acque, forse connesse alla stessa fornace che potrebbe indicare un impianto produttivo per la realizzazione di laterizi.
Sempre le ultime ricerche inedite della Soprintendenza hanno messo in luce, accanto alla cosiddetta Domus, un’imponente struttura romana di età imperiale di grandi dimensioni e su più livelli, non ancora interpretata. Il sito mostra segni di abbandono dalla fine del VII secolo d.C., quando verrà probabilmente acquisito alle proprietà ecclesiastiche. In questo luogo Ruggero d’Altavilla vorrà la costruzione di una basilica dedicata a Santa Maria della Roccella, ultima costruzione monumentale nel territorio in età antica.

La triplice abside, decorata esternamente da nicchie nella parte mediana e superiore, che ritornano nelle pareti laterali delle navate, ha fatto erroneamente datare la costruzione ad età bizantina. Ad una più attenta analisi della pianta si è rilevata, però, una serie di soluzioni architettoniche spaziali appartenenti allo stile occidentale Romanico, con transetto sopraelevato raggiungibile da gradini, su modello cassinate, pertanto è stata chiarita la sua cronologia di costruzione che appartiene alla fase storica di dominazione normanna, tra il XII ed il XIII secolo d.C.
I saggi interni non hanno rivelato per ora alcun rivestimento pavimentale o parietale per cui si è ipotizzata una non finitura del complesso edilizio, concluso nella parte strutturale, ma non ancora in quella decorativa. La sua costruzione è stata probabilmente interrotta da un sisma, le cui tracce potrebbero essere nelle numerose lesioni sulla parete sud della navata.
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